Un Posto al Sole, intervista a Francesca Nunzi: “Sono felicissima di essere la nuova Monica”

Francesca Nunzi (foto da Instagram)
Francesca Nunzi (foto da Instagram)

È entrata a far parte dal cast di Un Posto al Sole da qualche mese per prendere in mano il ruolo di Monica Cirillo, interpretato in precedenza da Mariangela D’Abbraccio. Un personaggio a cui l’attrice Francesca Nunzi si sente particolarmente affezionata, anche perché le dà modo di stare con una certa frequenza a Napoli, città che le trasmette da sempre positività.

Un nuovo impegno, quello con la soap, di cui abbiamo parlato con la Nunzi in questa intervista. Ecco che cosa ci ha raccontato.

Un Posto al Sole, intervista a Francesca Nunzi (Monica Cirillo)

Ciao Francesca, benvenuta su Tv Soap. Com’è stato entrare nel cast di Un posto al sole?

È stata una grandissima emozione. In Un posto al sole interpreto Monica Cirillo, la mamma delle gemelle, un personaggio molto carino e che mi piace tantissimo, che prima aveva il volto di Mariangela D’Abbraccio, un’attrice straordinaria. Oggi quel personaggio ha il mio volto e ne sono davvero felice e orgogliosa.

Cosa rappresenta per te questa esperienza?

Far parte di questo cast è bellissimo, ma la cosa che mi emoziona ogni volta è poter scendere a Napoli. Amo vivere la città, passeggiare per le sue strade, respirarne l’atmosfera, mangiare le sue specialità. Napoli è una meraviglia e lavorare lì rende tutto ancora più speciale.

Che rapporto hai con il personaggio di Monica Cirillo?

È un personaggio che mi piace molto e con cui mi diverto. Spero davvero di poterla interpretare ancora a lungo e di continuare a condividere il set con tutti gli straordinari attori di Un posto al sole. A partire da Miriam Candurro e Gina Amarante, le due attrici che interpretano le mie figlie. Le trovo bravissime e simpaticissime.

Qual è il segreto del successo della serie?

I numeri parlano da soli. Un posto al sole entra nelle case degli italiani da oltre trent’anni e continua a essere seguito e amato dal pubblico. È una realtà unica nel panorama televisivo italiano e il suo successo costante dimostra quanto sia riuscita a creare un legame autentico con gli spettatori.

Negli scorsi mesi, il pubblico ti ha visto, in prima serata su Rai 1, anche nella serie Morbo K, dedicata alla Giornata della Memoria. Che esperienza è stata?

In Morbo K ho interpretato la madre del protagonista, interpretato da Giacomo Giorgio. È un personaggio che nella serie non viene mai chiamato per nome, ma che ha un ruolo molto importante dal punto di vista emotivo. È una donna semplice che si ritrova coinvolta in una situazione più grande di lei e che vive costantemente il conflitto tra la paura per il figlio e il desiderio di fare la cosa giusta. È stata una fiction a cui ho tenuto moltissimo, sia per la qualità del progetto sia per il tema affrontato, che continua a essere fondamentale da raccontare.

Parallelamente continui a portare in tournée Aggiungi un posto a tavola, uno degli spettacoli più amati dal pubblico italiano. Qual è, dal tuo punto di vista, il segreto del suo successo?

Credo che sia diventato qualcosa che va oltre il semplice spettacolo teatrale. È un classico che appartiene ormai alla memoria collettiva. Le persone tornano a vederlo più volte perché ritrovano emozioni e ricordi, oltre che una parte della propria storia. È uno spettacolo che continua a coinvolgere generazioni diverse e che riesce ancora oggi a creare un rapporto speciale con il pubblico.

Tra i progetti che senti più vicini c’è anche Noi Due, dedicato al tema dell’autismo. Perché hai scelto di affrontare questo argomento?

Perché da anni collaboro con associazioni che si occupano di autismo e sento l’importanza di fare divulgazione attraverso il teatro. Noi Due, tratto dal libro di Paola Nicoletti, racconta il percorso di una madre e di suo figlio autistico dalla gravidanza fino ai diciotto anni. Parla delle difficoltà quotidiane, ma soprattutto dell’amore, della forza e della crescita. Tengo molto a ribadire che l’autismo non è una malattia, ma un diverso modo di stare al mondo.

Oltre a recitare, scrivi gran parte dei testi che porti in scena. Come nasce la tua ispirazione?

Dalla vita reale. Mi piace osservare le persone, ascoltare le loro storie e cogliere quei dettagli che spesso passano inosservati. Molte idee nascono dalla mia famiglia, dagli amici, da situazioni vissute o raccontate. Scrivere per me è un modo per approfondire ciò che mi incuriosisce e trasformarlo in racconto.

Recentemente sei stata impegnata anche come acting coach nella serie Rai One of Us. Di cosa parla questo progetto?

È una serie ambientata in una scuola inclusiva e dedicata al tema della disabilità. La particolarità è che molti ragazzi del cast vivono realmente le condizioni che interpretano. Ci sono giovani con autismo, disabilità motorie e altre fragilità. Io li accompagno nel lavoro sul set, soprattutto quando si tratta della loro prima esperienza davanti alla macchina da presa. È un progetto molto autentico e umano.

Tra le tue ultime opere c’è anche Mamma e papà. Come è nata questa commedia?

È una commedia brillante che affronta il tema dei genitori eccessivamente presenti nella vita dei figli. Mi divertiva raccontare certe dinamiche familiari in modo ironico, ma senza rinunciare a una riflessione più profonda. La risposta del pubblico è stata molto positiva e questo mi ha dato grande soddisfazione.

Nel tuo percorso, hai scritto anche diversi libri. Quale senti più vicino a te?

Sicuramente Mav. È un libro nato dalla storia vera di mia nipote Cristina, colpita da una grave emorragia cerebrale a diciassette anni. Racconta il suo difficile percorso di recupero e il sostegno della famiglia. Per me è un’opera molto speciale perché parla di resilienza, affetto e speranza. Attraverso le storie che le raccontavo durante la riabilitazione, abbiamo costruito un ponte tra il dolore e la possibilità di ricominciare.

Guardando al futuro, c’è ancora un progetto che sogni di realizzare?

Sono aperta a tutto ciò che racconta una buona storia. In questo periodo sto lavorando con un amico a un progetto dedicato a un tema delicato come il fine vita. È ancora in fase iniziale, ma mi piacerebbe svilupparlo come film. Quello che conta davvero, per me, è continuare a raccontare storie che possano emozionare e far riflettere il pubblico.

Ti saluto con un’ultima domanda: da dove nasce questa passione per il racconto?

Credo di averla sempre avuta. Da bambina trasformavo qualsiasi cosa in uno spettacolo e inventavo continuamente storie. In famiglia respiravo arte e creatività: i miei genitori amavano il teatro e mi hanno trasmesso questa passione. Ancora oggi mi sento così: con i piedi per terra, ma con la testa sempre piena di storie.

Con la collaborazione di Sante Cossentino per MassMedia Comunicazione Seguici su WhatsappInstagram e Facebook.