Un Posto al Sole, Mariasole Di Maio a Tv Soap: “Speranza prima di innamorarsi dovrebbe conoscere un po’ il mondo”

Mariasole Di Maio è Speranza Altieri a Un posto al sole
Mariasole Di Maio è Speranza Altieri a Un posto al sole

È in video da non molto tempo con il personaggio di Speranza Altieri, la nipote di Mariella (Antonella Prisco). Parliamo di Mariasole Di Maio, new entry di Un Posto al Sole. Nella soap partenopea di Rai 3, la giovane ha attirato le attenzioni dello chef Samuel Piccirillo (Samuele Cavallo), ma anche quelle di Vittorio Del Bue (Amato D’Auria).


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Un triangolo ancora tutto da scrivere, di cui abbiamo parlato con Mariasole in questa intervista concessa al nostro sito Tv Soap.

Un Posto al Sole: TvSoap intervista Mariasole Di Maio (Speranza Altieri)

Ciao Mariasole, benvenuta su TvSoap. Da qualche settimana ti stiamo vedendo in Un Posto al Sole nel ruolo di Speranza Altieri. Che cosa ti piace di lei?

In generale, adoro la spensieratezza e l’ingenuità di Speranza; il fatto che sia molto spontanea. Ha quei tratti caratteriali che ognuno di noi ha, ma che non fa prevalere troppo nella sua vita quotidiana. Almeno, questo è quello che succede con me. È un lato che ho, ma che esce con molta difficoltà. Per questo mi piace questo lato di Speranza: quando arrivo sul set, posso lasciare un attimo le redini, visto che tendenzialmente sono una persona molto razionale.

Mi do completamente all’esuberanza di Speranza, alla sua ingenuità, al suo essere continuamente presente e positiva, oltre che piena di energia. È meraviglioso questo suo lato.

Sicuramente, il suo ingresso è stato molto divertente. Tutti si aspettavano una ragazza introversa e timida. Veniva da un paesello e c’erano molte attenzioni su di lei. E quando si è presentata a Napoli era l’opposto di ciò che si aspettavano…

Sì, è stato bello. Una svolta molto divertente da interpretare.

Come sei arrivata nel cast di UPAS? Immagino abbia fatto dei provini…

Esatto. Studio recitazione e faccio l’attrice da quando ho sei anni. In generale, la mia vita è sempre piena di provini, workshop e studi. Prima di Natale, ho così fatto il provino per il ruolo di Speranza ed è andato bene. È stata una gioia. Mi ero appena trasferita a Roma e sapere di poter venire a Napoli a girare è stato meraviglioso. Con la storia del Covid, sono rimasta nella capitale per qualche mese e non è stato bello, fondamentalmente perché io non riesco a stare troppo tempo senza Napoli. Arrivare a lavorare in UPAS è stato, insomma, un giusto punto d’incontro.

Ottenere il ruolo in una soap così seguita dà anche una notorietà più immediata, no? Dopotutto, entri nella case degli italiani ogni sera…

Certamente. Anche se non sono una fan della notorietà. Mi rendo conto che non è necessaria. A prescindere da questo e dal fatto che ogni sera è seguita da tantissimi telespettatori, UPAS è davvero una palestra per gli attori. Per il prodotto che è, per la velocità con cui vengono scritte le scene, girate e messe in onda, mi rendo conto di essere cresciuta come attrice a livello professionale. Non potevo chiedere di meglio. Questo per me è molto importante.

Speranza interagisce parecchio con Vittorio Del Bue e Samuel Piccirillo. Che tipo di rapporto hai instaurato con Amato D’Auria e Samuele Cavallo, gli attori che li interpretano?

Tendenzialmente sono una persona molto socievole, riesco a diventare anche la migliore amica di un muro se mi metti a lavorare con lui. Scherzi a parte, è veramente difficile per me non trovarmi bene con qualcuno. Proprio per questo, con Amato e Samuele si è creato un rapporto meraviglioso. Ci vediamo tutti i giorni, facciamo il lavoro che ci piace; con entrambi ho senz’altro dei punti in comune da condividere.

Con Samuele vediamo le stesse serie e abbiamo gli stessi interessi per la musica. Di conseguenza, quando c’è lo stop e si esce dalla scena, comunque noi interagiamo in qualche modo e continuiamo a parlare delle nostre vite private, che inevitabilmente si toccano. Stesso discorso per Amato. Per esempio, nella mia vita, sono stata per un po’ vegetariana. Lui lo è. La prima volta che ci siamo incontrati abbiamo parlato di questo.

Le nostre personalità, inoltre, sono aleatorie. Se ci mettiamo a parlare, io e Amato andiamo a finire su Marte; sembra che fluttuiamo. Abbiamo bisogno di un Samuele, che è molto più pragmatico, che ci trascini sulla terra. Con tutti e due ho un bel rapporto, insomma, che va molto al di fuori del set.

So che non puoi fare spoiler sulle future puntate. Ma tu, Mariasole, quale uomo pensi sia più adatto a Speranza. Vittorio o Samuel?

Sinceramente penso che Speranza debba conoscere un po’ il mondo prima di trovare una persona a cui legarsi. È stata sempre in un paesello, con persone che le dicevano cosa fare oppure no. Ha bisogno di scoprire il mondo. Il fatto che sia arrivata a Napoli le ha aperto le porte. È una persona che appena scopre il mondo si innamora di tutto. Di conseguenza, secondo me, deve capire prima cosa le piace oppure no. In questo momento, invece, potrebbe piacerle tutto e potrebbe non piacerle niente.

È appassionata di tutto quello che va a rompere gli schemi che ha sempre avuto. Non trovo necessario che debba innamorarsi di qualcuno. Sicuramente, gli autori la faranno scegliere prima o poi, ma per me, che interagisco a contatto diretto con lei, Speranza sente il bisogno di capire chi è, di stabilire e creare una sua identità.

Speranza non ha ancora fatto il passaggio tra l’età adolescenziale e quella adulta. Sta nel mezzo.

Certo, come tutti i ragazzi che escono dal liceo e devono fare anche una scelta universitaria. Si vanno a interfacciare con il mondo degli adulti; stanno creando una personalità. È il lavoro che Speranza deve fare, a prescindere da Upas. Se mai questo personaggio continuerà ad esistere in qualche universo parallelo, che può essere pure il suo paesino natale, è quello che le spetterà.

Passiamo un po’ a te, Mariasole. Hai cominciato a recitare a sei anni. La recitazione è dunque una passione innata in te?

Sì, penso che sia una cosa che è nata con me nella culla. Chiaramente, mi ci sono avvicinata per caso. A sei anni, mia madre mi ha iscritto come qualsiasi bimba in una scuola di danza. Il caso ha voluto che questa scuola di danza fosse anche di teatro e cinema, oltre che un’agenzia per attori. Dopo alcune lezioni, mi è stato consigliato dalla direttrice (che poi era anche l’agente) Marianna Di Martino, di cominciare a seguire un corso di teatro perché mi vedeva particolarmente fotogenica e ha pensato che la disciplina della danza poteva essere interessante per me, anche se mi riteneva più adatta al teatro.

Da lì è iniziato tutto: ho scoperto il teatro e il cinema. Ho fatto i primi lavoretti, perché comunque Marianna aveva anche un’agenzia. Mi piaceva. L’ho sempre vista come una cosa alternativa alla scuola: come c’era il mio compagno di classe che faceva calcio e andava la domenica mattina a fare la partita, io recitavo e di tanto in tanto usciva il ruolo per una pubblicità, un provino a Roma e così via. Non è mai stato qualcosa di particolarmente importante, non l’avevo mai visto come un possibile lavoro. Era come un hobby, un passatempo.

E quando hai deciso, invece, di concentrarti sulla recitazione, facendola diventare il tuo lavoro?

Al liceo ero convinta di voler fare ingegneria o architettura. Al quarto anno, ho avuto l’opportunità di fare un film da protagonista, proprio quando avevo lasciato il mondo della recitazione. Facevo lo scientifico ed era diventato complicato incastrare lo studio con i provini, visto che dovevo spostarmi di qua e di là. Ho dunque messo uno stop, anche se ho continuato ad essere appassionata di cinema: ad esempio, andavo al Giffoni Film Festival ogni anno. Non è mai sceso l’interesse.

Quando ho ottenuto quel ruolo da protagonista, ho iniziato però a vedere tutto sotto un’altra ottica. Mi sono detta che, probabilmente, potevo recitare, fare l’attrice anche a livello professionale. Una scelta del genere era coraggiosa, almeno per me che l’ho presa a 16/17 anni e vivevo in provincia di Napoli, dove se dici di voler recitare come mestiere è un po’ strano.

Ah si? E come mai?

Ti racconto un aneddoto. D’estate, vedevo alcune mie amiche. Alcune abitavano a Londra, mentre un’altra a Shangai. Nelle loro realtà è molto più comune decidere di fare l’attrice, rispetto alla mia nella provincia napoletana. Se fossi nata a Napoli invece, con la cultura e il passato teatrale che c’è, pensare di fare l’attrice è una cosa accettabile. Al contrario i miei docenti, nella provincia in cui sono cresciuta, l’hanno vista come una cosa strana, probabilmente perché c’è un po’ di pregiudizio ed è un lavoro che viene visto come incerto, poco sicuro.

In ogni caso, da lì c’è stato uno spettacolo teatrale da protagonista, ho fatto un workshop a New York, ho fatto il Centro Sperimentale di Cinematografia. C’è stato un percorso che è sempre in itinere perché non smettiamo mai di studiare. Non credo avrà mai una fine… e se mai arrivasse penso che sarebbe la cosa più triste del mondo!

Effettivamente, voi attori dovete sempre aggiornarvi. Ogni personaggio è differente…

Certo, lavoriamo con le nostre emozioni, con i nostri trascorsi. Bisogna sempre avere chiaro chi siamo, dove stiamo andando, che cosa siamo stati. Per esempio, ci sono delle mie amiche attrici, molto conosciute e brave, che si fanno seguire periodicamente da una psicologa. Lavorando con le nostre emozioni, lavorando con tutto quello che noi viviamo, dato che prendiamo il materiale dalla nostra quotidianità, dobbiamo avere ben chiaro che cosa ci succede a livello emotivo, altrimenti non possiamo lavorarci sopra; non abbiamo i mezzi per sfruttarlo.

Per questo, sto pensando anche io di farmi seguire da una psicologa. Ne ho parlato da poco con una mia amica attrice, che ha iniziato questo percorso che la sta aiutando tantissimo con lavoro. Potrebbe essere una bella svolta a livello professionale cominciare a prendere sul serio tutto quello che ci succede a livello emotivo, psicologico. È molto interessante.

Hai qualche sogno nel cassetto? Un attore o un regista con cui vorresti lavorare?

In realtà non sono il tipo di persona che ha i sogni nel cassetto. Se mi capita un’opportunità e so che può essere fattibile e diventare qualcosa di concreto diventa il mio sogno, fino a quando non lo raggiungo. Sicuramente sogno di lavorare nel cinema americano ma, se questa opportunità non ha una parvenza di praticità, se non la percepisco con mano, per me rimane fuffa.

Ad oggi, posso dire che un sogno fattibile e pratico potrebbe essere quello di chiudere qualche contratto con altre serie Rai importanti o Netflix. Faccio dei provini in tal senso e raggiungerle sarebbe un gran traguardo. Vincere un provino importante per Netflix, a pensarci bene, potrebbe essere il mio sogno nel cassetto di questi anni. In generale, tendo sempre a fare sogni reali e realistici. Sto con i piedi per terra. Altrimenti, non riuscirei a fare niente. Concentrandosi su cose non fattibili si rischia di perderne altre importanti. E la delusione che subentra ti può far perdere anche la motivazione. Sono una persona pragmatica a cui piace la concretezza.

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Oltre alla recitazione, che sta sfociando sempre di più in realtà a livello lavorativo, hai qualche altra passione?

Hai aperto una porta che è sfondata. Sono una persona molto incostante e innamorata del mondo. Se mi metti a fare qualsiasi cosa, dopo tre minuti diventa la mia nuova passione. Prima facevo architettura all’università ed ero e resto completamente innamorata del mondo dell’architettura, che è una delle mie più grandi passioni.

Tra queste c’è anche la fotografia, visto che adoro fotografare all’ennesima potenza. Così come il discorso del cinema, che amo e mi piacerebbe fare, non soltanto dal punto di vista recitativo. Quando inizio a mettere naso in un campo, lo voglio esplorare a 360°. Voglio fare tutto perché lo ritengo stimolante, anche se mi rendo conto che è anche una grandissima problematica.

Per dirti, l’altro giorno sono andata a fare una lezione di canottaggio, per provare, e mi sono innamorata. Vorrei iscrivermi, anche se di solito ho un’autonomia di un anno. Mi è successa la stessa cosa con l’equitazione, che ho fatto per circa tre anni a livello agonistico. Mi era scoppiato il pallino di fare l’amazzone. Al tempo stesso, questa cosa mi aiuta perché scopro dei campi del mondo che non conosco e che possono tornarmi utili per il lavoro che faccio. Per fare l’attore, alla fine, bisogna saper fare tutto: dall’andare a cavallo al saper portare una canoa, fino a cantare, giocare a tennis. Qualsiasi cosa è sempre utile. Per fortuna, ho questo lato molto amante del mondo e della sua immensità. Di conseguenza, non riesco a definire una passione, un libro e un film preferito. Ce ne sono così tanti. Come si fa a sceglierne uno solo?

Con la collaborazione di Sante Cossentino per MassMedia Comunicazione

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