Un Posto al Sole, Paolo Maria Scalondro (Manlio) a Tv Soap: “Susanna? Può essere accaduto di tutto!”

PAOLO MARIA SCALONDRO è Manlio Picardi a Un posto al sole
PAOLO MARIA SCALONDRO è Manlio Picardi a Un posto al sole

Con il giallo legato all’aggressione a Susanna Picardi (Agnese Lorenzini) non è stata soltanto la madre Adele (Sara Ricci) a ritornare in scena a Un Posto al Sole, ma anche Manlio, il padre della giovane rinchiuso in carcere.


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Ad interpretarlo, ancora una volta, c’è il noto attore Paolo Maria Scalondro, che noi di Tv Soap abbiamo intervistato per fargli qualche domanda sulla storyline del momento in scena nella soap di Rai 3. Ecco che cosa ci ha detto.

Un Posto al Sole: Tv Soap intervista Paolo Maria Scalondro (Manlio Picardi)

Paolo, partiamo dal presente. Di recente, Manlio è riapparso in scena per dare una pista riguardo all’aggressione della figlia Susanna. Sicuramente, il rapporto tra di loro non è dei più facili…

No, non è dei più facili, ma è un rapporto estremamente stretto. È un rapporto tra padre e figlia con tutte le complicanze del caso. Credo che il mio personaggio, Manlio, abbia un affetto profondissimo nei confronti di Susanna, ovviamente obnubilato da tutte le sue manie e persecuzioni. Manlio è un personaggio disturbato, ha un percorso piuttosto accidentato. Ovviamente, il suo modo di reagire alla notizia dell’aggressione di Susanna è stato violento; si confaceva alle sue caratteristiche umane, al suo modo di pensare e di agire.

Il giallo è poi costruito benissimo. Non si capisce fino all’ultimo chi sia il colpevole dell’aggressione a Susanna. Tutti sembrano dei possibili sospetti…

Proprio così. Chi ha scritto il giallo è stato un genio assoluto, perché veramente può essere accaduto di tutto. In questo senso, per accordi contrattuali, non posso dirti come andrà a finire, ma sono stati grandiosi. È veramente difficile sbrogliare la matassa, capire come andrà a finire questo rebus.

Anche se non sono un attore, immagino che non sia facile interpretare un personaggio come Manlio. C’è bisogno di un grande studio, no?

Sì. Credo profondamente nello studio. Attraverso lo studio arrivi ai risultati. L’ho sempre creduto, sin dai tempi remoti, sin da quando, da studente inesperto, mi sono iscritto all’Accademia Silvio D’Amico. Ho sempre pensato che bisognasse studiare in teatro, al cinema e in televisione, in qualsiasi ambito lavorativo. Perché poi le cose che hai dentro vengono fuori attraverso lo studio. Non credo in chi si limita a parlare.

In che senso?

Parlo da persona che è nell’ambiente da parecchi anni. Ultimamente vedo un po’ la tendenza ovunque a parlare in modo soffiato e non enfatico, magari per dare una certa naturalezza allo sviluppo del personaggio. Secondo me, così, non esce nulla della sensibilità e delle emozioni che hai dentro. Solo se sei tu a provare determinate cose hai la possibilità e il miracolo di passarle al pubblico al quale ti rivolgi.

A differenza delle altre cose che mi è capitato di fare, Manlio è forse più complesso perché ha degli spigoli difficili da prendere, acchiappare. Bisogna trovare la ragione per cui si comporta in questo modo. Ed immagino che la ragione stia sempre nel suo passato, nel suo modo di aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e chissà che altro. Questo immagino studiando, perché poi serve tutto.

Un Posto al Sole tratta da sempre tematiche strettamente legate all’attualità. Con il personaggio di Manlio si è parlato di violenza domestica e di genere.

Sì, ti confesso che ero spiazzato quando mi arrivavano le sceneggiature e vedevo che era sempre più orientato verso la violenza domestica nei confronti della moglie Adele, sopratutto, ma anche della figlia. Non sapevo dove orientarmi, però poi secondo me ho trovato la ragione. Come dici tu, il fatto di affrontare un argomento estremamente – ahimè – attuale come la violenza sulle donne mi ha dato forse la spinta in più per farlo come si deve, cercando di informarmi e vedere che cosa accadeva nelle famiglie italiane. Purtroppo, in Italia sembra ormai un virus questa piaga.

Sicuramente era una trama che dava a voi attori delle responsabilità, anche per come veniva portata in scena.

Esatto. Debbo dire che siamo stati attentissimi a trattarla in un certo modo, a seguire una strada che fosse quanto mai realistica senza però portare agli estremi tutto quanto. Faccio i complimenti a tutto ciò che c’è dietro, all’organizzazione del lavoro quotidiano di UPAS. Gli sceneggiatori e i registi che si sono alternati mentre giravamo hanno fatto un lavoro nella direzione giusta, dal mio punto di vista.

Le tue partner principali nella soap sono state Sara Ricci, che interpreta tua moglie Adele, e Agnese Lorenzini, che dà il volto a Susanna. Con Sara ti era già capitato di lavorare?

No, io e Sara non avevamo mai lavorato insieme, ma è stato un incontro fantastico. Nella vita, Sara è tutt’altro rispetto al suo personaggio: è una donna spiritosa, “peperita”, molto social, al contrario di me. È stato magnifico lavorare con lei. Nel mio lavoro non sempre capita di trovare una partner giusta. Nel corso della vita, lavorando, mi è capitato di incrociare colleghe sbagliate per me, con le quali non ci siamo intesi. Con Sara è stato invece un incontro che ha funzionato da subito.

Devo dire lo stesso anche di Agnese. C’è un’apertura in lei e una disponibilità che raramente si incrocia con le persone nel lavoro. Andando avanti con l’età e con l’esperienza, ti rendi conto che è fondamentale, mentre lavori, che ci sia un ambiente rilassato. Io detesto chi sul set crea tensioni, dato che mi è capitato anche questo. Ci sono dei registi che pensano che le tensioni alla fine diano i risultati. Penso assolutamente il contrario, ossia che in un ambiente rilassato e scherzoso, con la giusta serietà, si facciano le cose migliori. Non credo a chi pensa diversamente da ciò.

E tu come ti sei trovato all’interno di Un Posto al Sole?

Meravigliosamente. Come sai, faccio anche parecchia fiction. A differenza delle altre situazioni, in cui ti dicono e ti danno delle date che poi vengono drasticamente cambiate facendo sorgere mille problemi, la produzione di UPAS ti fornisce delle date blindate. Hai dunque modo di organizzare il resto della tua vita, come altri impegni di lavoro. Sai anche l’orario dell’ingresso in studio e della fine. È tutto meraviglioso. Negli esterni, al contrario, è tutto più difficile perché si comincia a girare da presto e capitano delle situazioni di sforo, che sono comunque limitatissime. Lavorare lì, come organizzazione, professione e lavorazione, è davvero un paradiso. È un meccanismo talmente rodato, che va avanti da più di 25 anni, ed è anche logico che sia così.

A proposito dei 25 anni di messa in onda, che verranno raggiunti proprio questo mese, secondo te perché Un Posto al Sole ha avuto così tanto successo? È la soap più longeva d’Italia, del resto…

Esatto, è l’unico esempio di vita così longeva nella televisione italiana. Il principio basilare del suo successo l’abbiamo menzionato prima: è legatissima alla realtà. Ogni fatto che accade è riproposto a breve tempo in UPAS. La gente si affeziona poi ai personaggi, che gli autori sono stati grandiosi a differenziare tra quelli storici e gli altri che si sono alternati nel corso dei 25 anni. È un appuntamento importantissimo, che non è mai stato spostato. A differenza di tanti programmi, che cominciano con un orario e per problemi di vario genere vengono spostati, UPAS è invece un appuntamento fisso.

Conosco tante persone che mi fermano per strada e che mi dicono che, se una sera sono occupate per lavoro o per qualche cena o festa, si registrano le puntate per vederle in seguito. Anche questo è un aspetto fondamentale.

Il pubblico della soap è poi molto trasversale.

A tal proposito, ti racconto un aneddoto. Faccio anche del doppiaggio, che non amo tantissimo anche se delle volte mi è servito moltissimo per sbarcare il lunario. Dopo la prima fase lunga di messa in onda di Manlio, mi trovavo in un quartiere romano, che è San Giovanni, dove andavo a fare il doppiaggio. Ero un po’ in anticipo e dunque giravo come un turista qualsiasi. Ero in attesa, davanti ad un semaforo pedonale rosso. Ad un certo punto, mi passa davanti un furgoncino, che vedo che inchioda.

Aspetto il verde, attraverso e quest’uomo che guidava mi raggiunge e mi fa con l’accento romanesco: “Ahò, ci dobbiamo fare un selfie, assolutamente”. Ho accettato e mi sono avvicinato lui spalla a spalla per fare la foto col telefonino. Abbracciandolo, quell’uomo mi ha detto: “Sono stato in galera sei anni e lì vedevamo tutti Un Posto al Sole. Da una cella all’altra ci davamo appuntamento. Complimenti: il tuo era davvero un figlio di…“.

Dopo, ragionando su questo fatto, mi sono detto che sei anni di carcere non te li danno se fai una piccola cosa. Ma da quest’uomo, che era uscito da poco tempo e che poi aveva trovato lavoro come corriere, abbiamo saputo che di cella in cella si davano appuntamento per vedere Un Posto al Sole. È una cosa strana, che fa capire il pubblico trasversale che la soap ha. Spesso si pensa che a guardarla ci siano soltanto le casalinghe. L’utenza, al contrario, è totalmente trasversale.

Torniamo per un attimo a Manlio. Lo rivedremo in futuro oppure le sue scene  sono terminate?

Da quello che so, per ora non ci sono grosse novità. In linea di massima, so che quest’ultima storyline a livello di ascolti è andata benissimo. Un riscontro che non riguarda solo me, ma anche il nucleo familiare che io, Sara e Agnese rappresentiamo. Con la produzione siamo rimasti che avremmo visto gli sviluppi della situazione e poi ne avremmo riparlato, come sempre accade. Personalmente, sono assolutamente propenso a continuare. Dato quello che sta avvenendo e le cose che si stanno muovendo intorno, secondo me, qualcosa di nuovo accadrà.

Con la collaborazione di Sante Cossentino per MassMedia Comunicazione

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